Sonetto

TURI ROVELLA
NTO SALOTTU RI TANINU GULIZIA
dui sunetti pi Lucia Arsì

La sira n’angagghiau ccu ddu Ulissi
ca vinia a Ssarausa (1) cche cumpagni,
unn’era Polifemu e i so cavagni,
ca Omeru nta lu Libru Nonu scrissi (2).

Unni ci su picciriddi, l’autri e-llagni,
è lu “salottu” ‘i Taninu ca fà spissi
st’ incontri curturali, a-ggh-iorna fissi,
ccu vìppiti, spinnagghi e-ccosi magni!

C’è na picciotta, puri, prufissurissa
ca ri Ulissi ci piaci a cumpagna,
ntirissata ro fattu a la chiaria.
Ia parrannu ccu-ffari ri papissa;
ppi-mmia, pirò, ca l’ascutavu, è-bberu,
na kalluparhos era ca canta Omeru.

Turi Rovella
MCMXCV
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NEL SALOTTO DI TANINO GULIZIA
DUE SONETTI PER LUCIA ARSI’
La sera ci sorprese con quell’Ulisse/ che venne a Siracusa insieme con i compagni,/ dov’era Polifemo e le sue fiscelle,/ che Omero nel Libro IX scrisse./ Dove sono fanciulli, altri e lagne,/ è il “salotto” di Tanino che promuove spesso/ questi incontri culturali,/ nelle giornate stabilite,/ con bibite, dolciumi e cose grandi!/C’è una giovane, pure, professoressa/ cui piace la compagnia di Ulisse,/ interessata alla veridicità del fatto./ Parlava come parla chi sa il fatto suo:/ per me, però, che l’ascoltavo, è vero,/ una “dalle belle gote” era, cantata da Omero.
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Ah, ccu ssi gginzi siti na mariola,
corpu attillatu ri na bballerina:
ma quannu vi nzaiati la vistina
tuttu lu sintimentu a-mmia m’abbola!

Ri mia tuttu lu siri va e-ccamina,
na cosa ccà mi pìgghia nta la gola:
cà su cchiù-mmiçidari ì na pistola
ssi iammi vostri ritti ri firina.

Si-cci annàcunu supra çianchi bbeddi,
e-ssupra ar iddi u pettu, u coddu, a testa
e lu surrisu vostru misu n’festa.

Iddi, ca su ru ièmmuli ggimelli,
vi fanu iri o munnu malantrina:
re figghi ‘i matri siti la rriggina!

Turi Rovella
MCMXCV
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Ah, con codesti Jeans siete una mariuola,/ corpo attillato di una ballerina:/ ma quando indossate la veste/ tutto il mio sentimento vola!/ Di me, tutto il mio essere, si mette in movimento,/ un nodo mi prende la gola:/ ché sono più micidiali di una pistola/ codeste vostre gambe dritte di felina./ Sopra vi dondolano i fianchi belli,/ e sopra a codesti il seno, il collo, la testa/ e il vostro sorriso festoso./ Esse, che sono due gemelle,/ vi permettono di andare malandrina per il mondo:/ dei figli di madri siete la regina!

L’Arte “numina”

 

Al modo dei Latini… poeta  sum, si tota doleo. E all’uomo urlo: non t’affliggere, non pensare che un pasto divorato annulli la spinta. Ancora…ancora…urla il ventre…eh.!..furbo lui…l’odore e di quello solamente si ciba…non gratta…anzi solletica e tu pulsi e veleggi e…ora la mente si riappropria e dice dell’entusiasmo di un attimo prima. Sì, si tratta del “numen” che insiste, di Dioniso, il dio dei boccali, che avanza e preme coi suoi coturni sui fianchi e l’Umano si desta e il prodotto acquista titolarità sacra. Siamo nel “temenos”, solo a pochi riservato, ai disperati, agli spaesati e …ora…ora tento di “nominare” l’Arte. Ecco…il Latente affiora e la sua energheia, incolore, insapore dis-turba, in-quieta ed io non so contenere la duplicità del nome. La luce accecante, la bellezza terrificante e non mi è dato abbracciare l’immenso ed io lo sogno. Ecco…ancora una volta lei, Afrodite, lei, artefice della sommossa delle cellule cerebrali, lei, accende la miccia e appare l’altro: il Cosale, l’Inerte. E tu? Lì..adagiato su una coltre petrosa, ascoltando il Silenzio superbo d’un affanno gigante, che evapora svanisce, tu fori il Silenzio, spalanchi la porta e la luce…è troppo e tu fuggi fuggi perdente e ti soffermi all’ombra dello spasimo atroce. Quanto dura? Smisuratamente poco e poi sei a picchiare coi tacchi la terra che geme e tu tenti…la annaffi con le gocce che sanno di umano. Il Cosale si anima e le dita, il cancello, l’ulivo, il vaso sgangherato, il sasso derelitto vivificano te me le cose del mondo e il mondo non più inerte.

E’ il mistero dell’Arte.

L’Arte esige, complici del nulla, l’attante e l’astante. Complici ingrati e silenti.   

 

                           

la donna

Suvvia…
    Sorridi, uomo!
            Possiedi il potere.
Un colpo e montagne si sgretolano
     fiumi s’arrossano
          fluttuanti abeti s’inchinano
               boccioli si schiudono e ne  cogli l’odore.
No…non puoi…neppure un cenno…?                                                                                                                                Il tuo scettro dov’è?
      Dici…dici che la sua,
          sì, la forza  di lei,
                 supera ogni altra  forza?
                         Ha forse muscoli, cervello allenato, lei?
“ Senza armi flagella…lei…
la donna…quando è offesa…
…lei…la figlia del sole…

Medea

…la figura solare ( solare nel contenere il Due in Uno ) è la nipote di Helios, Medea, madre felice ed infelice, sposa divenuta indomita, donna barbara e xene…

può il pensiero di una donna , malmenata o umiliata dal suo partner, misurarsi con i dettami della forza emotiva?                                                                                             sa annullarsi al fine di praticare il per-dono per ri-cominciare a vivere, accompagnata da un “no”(rifiuto) e da un “sì”(esperienza)?                                           saprà sradicare la violenza, fascinosa, originaria, demonica energia vitale ?

“ Ti distruggo…”                                                                                                                  E lui di rimando, il tono fondo, “ Perché? ”
Nessuna risposta.
Quali le sillabe ! Quali suoni a denunciare!.…
…immagina…occhi sgranati, mani tese e, se alle spalle briganti ti inseguono per il borsello o la vita ( il dubbio, quello è il vero tarlo), le pupille guazzano su onde scatenate.
Oh ! E se si riuscisse ad impastare e rendere codificabili i fremiti storpi? E chi?
La donna. La donna sa e sapientemente avverte.
La donna è una figura. Inevitabilmente solare. Inevitabilmente al limite, là, dove il sole scompare ad occhio umano (sì, inevitabilmente nell’umano tutto questo accade), al limite, ove l’ombra s’insinua e agguanta.
Figura speculare. Su di lei si proietta. Cosa? No, non è possibile coniugare i fremiti, ora smembrarli. E’ concesso solamente appropriarsi e delineare figure, mitiche figure che altri hanno datato e nominato.
E torna la figura di lei, della donna, della vendicatrice, della primigenia, la madre delle madri.
La Potnia insegna alle donne a castrare l’uomo, se agita la sua innata violenza.

I sospiri di entrambi, al telefono, un sabato di un settembre anonimo, pregno di lacrime umane, saporano di diverso.
La paura di lui, la perfidia di lei. All’erta i sensi di entrambi. La necessità di un approccio. La stanchezza di una snervante attesa. Il compimento. A seguito di una serrata consapevolezza: il non-essere-distanti.
Un attimo di profonda complicità, uno scorrere di guance, sfregate e un legame indissolubile. Una rete tessuta di odori, di battiti, di intrecci, di energia, su cui s’insinuano serpi, aquile, formiche, si aprono nodi e si ricuciono strappi, per incanto, forse per necessità.
Di fatto si apre un mondo, in cui il pensiero è accessorio e il respiro attinge lena, consapevole di sé.
E’ in interiore homine, nel fondo del nostro essere carnali che vivono gli immortali. Mai fuori di noi.
E il demone del male, l’immortale mortale, a gambe divaricate, sentenzia : Ti distruggo…se mi fai del male.
E lo fa per bocca di lei, quel fatidico giorno, quando il “lui” non osa, forse non sa, forse non può, impegnare se stesso. Difesa banale, se banale è il gioco e le corde non vibrano.
Eh sì…la donna e la sua perfidia, tanta quanta la sua debolezza nel concedere tutta se stessa.
Quale dea si agita dentro, quale forza spinge una donna a porsi al di sopra dell’energico maschio?
Un attimo…e la figura di Medea si pianta.
“Sono lei?, ogni donna fra di sé.
No, a lei simile. Tutte le donne simili alla figura primigenia, perché primigenie le forze, allorchè gli accadimenti similmente tornano.
Che maschio insensato, quel Giasone! Eroe, buon compagno di viaggio, amico fedele. E l’amore?
Solamente un mezzo lei, Medea, giovane e spontanea fanciulla, che, con la sua maliardica energia, gli concede gloria e vigore giovanile, lo sazia di vita, lo salva e lui continua a non comprendere.
Eroe di una stagione, mai uomo per sempre. Ingordo di potere.
L’amore….un numero esiguo di uomini, i graziati, affinati i sensi e vibranti, si abbandonano alle sferzate.
I più girono attorno e cercano cercano un ammiccamento, uno stratagemma e cercano fuori, paventando di sentirlo dentro. Pavidi, inetti, deboli. Temono il dolore e allontanano Cupido.

“Convolo a nozze con la figlia del re….tutti tranquilli, bene accasati…
e per te prestigio, ricchezza e figli in comune.”
E’ la proposta di lui.
E Medea di rimando “…ed anche il letto…”, intanto prega, grida, piange.
Troppo poco se misurato con l’intensità delle forze che si colorano dentro di uno smalto non più lucente, quello che una volta la indusse ad abbandonare il padre a ad uccidere il fratello e solo per l’intensità d’una forza che ordinava di serrarsi, con legame indissolubile, all’altra sua metà.
In gioco la sua esistenza.
Che forza, veramente virile quella di Hera!
In un passo omerico leggiamo di Zeus “Lo sposo della Regina…”
“Senza di lei?, è giusto chiedersi.
Senza la “ Donna ” solamente svolazzanti avventure. Mai la pienezza.
Ora deserto nell’animo di Medea, ove erbe s’afflosciano e grigie foschie e malinconici soffi frusciano e ledono.
Assassina, lei oramai Male, matricida e potrebbe essere ogni nefasto demone; sì, donna fino in fondo, per istinto, innato marchio che il dio Crono ha regalato, dio smembrante e divoratore, lui il per sempre, il ritenuto saggio. E lei Medea, non può cedere al sopruso di lui e si ribella ,anche lei cronide smembrante, divoratrice, ribelle.
Il tragico in assoluto. Male dal solido rizoma. Necessità esistenziale.
Mai trascurare le dee, pronte ad annientarci. Mai disconoscere il valore eterno dei travagli, che si datano con la specie umana.

Le ore, i giorni, i mesi insistono sugli uomini che tendono a gozzovigliare. E lo fanno con superflua ovvietà.
Capita a tutti, capita al “lui”.
Un gioco. Una telefonata e l’altra è lì, disponibile, come lo è stata sempre, ad ogni richiamo.
Una mano sconfina sui fianchi d’un corpo che dà e nulla riceve, l’altra mano di lui afferra le dita, le induce là, sul suo senso, per sondare…l’intensità…ma quale intensità se la mente è altrove, a pezzi scorre su arroventati carboni che già urlano violenza e tanta paura?
Un sensuale richiamo alla sfrenata sessualità e…ha già decretato la sua fine.
E lei? La Donna, impietrita al cospetto di tanta vacua crudeltà?
Lei, con estrema lentezza, sbuffa una catena di inesistenti composti, di sillabe ovviamente.
Lei, fa scivolare il nero mantello, in segno di lutto, di fine.
Lei, spolvera con la mano l’aria inquinata e va.
E lui?
Cumuli di attimi. Pesanti come farcine che rompono i dorsi, se la mala sorte regala miseria, in una casa dove bocche infantili reclamano cibo.
Cumuli di ininterrotta mancanza di…sospensione verso…pesantezza per…
….e il “lui”non userà mai più quell’organo che sa penetrare, solamente se l’altra parte di sé é d’accordo.

Perdonarsi

          

     perdonare se stessi é sapere accogliere la Gratia Dei , che riempie il pensiero del cuore di amore e eclissa la potenza demoniaca dell’Io

Sempre e in ogni dove. Prevale lei. Quella Forza immane che mette a soqquadro l’attorno e lascia stordita la Ratio.
Sì, la Ratio. Salda un tempo, impalata, fusto possente, che lotta cogli eolici soffi, senza scalfirsi. Così profondo il rizoma, abbarbicato ad una quantità infinita di zolle.

Sparpaglio i Ricordi. Uno si piazza. Così s’impone il più inviperito, in un gruppo ove i giovani evocano temi toccanti.
Il Ricordo, proprio quello, emerge più intenso che mai, più crudo che mai, mai sbiadito.
Rivedo una modesta cassetta. Contenitore di libri, libri di scuola, storie d’amore, avventurose scoperte. E gli occhi, i miei, erranti fra le righe. Poi….su una biga, trainata da un solo bianco cavallo, volavo.
Sempre così. In un mondo capriccioso, un mondo simile a chiome solari, chiome ricciute, invitanti, chiome beffarde.
Ecco….un giorno…..l’incipit mi sfugge e anche la cagione. Non importa. Mio padre è furente. Avvinghia la cassa. Affonda le mani nervose tra i fogli.
Facile, molto facile se l’oggetto è innocuo, se la presa non fa resistenza.
E i miei fogli si lasciano tagliuzzare e finiscono.
Anche loro passano via, dal contingente frustrati.
Ma non del tutto. Il dentro, l’anima che dentro conservano, scivola via e riabbraccia quella del mondo.
Copiose le mie lacrime. Svuotano il sacco. E tutte, confusamente, sulle ginocchia piombano, adagio adagio a terra riposano. Lì si consumano. Insieme a tante, a quelle degli altri.

In me? Senso di spregio?
Nè rancore nè odio. Solamente il rammarico, solidale alleato, mi offre conforto, com me si confida e, accarezzandomi, mi insegna che grande rivale l’Ignoranza.
Lascia segni imperituri, segni malefici. Torna sempre quel ricordo a riaprire la piaga.
La Mente di allora, ben salda, non si scompone. L’accaduto non la scalfisce. Continua il lavoro di sempre, la lettura di sempre, continua senza mai sosta.

E oggi?…
…oggi la Ratio barcolla. Incapace di sfoderare la logica arma, l’arma affilata, di spesso rigore. Il sentiero dell’Intelletto è piano, interessante, facile preda per cacciatori incalliti. Importante sapersi destreggiare, mai dire di no. Importante caricarsi della forza della sorella gemella.
L’altra non poggia il piede, saltella e volge sempre lo sguardo alla cima, al punto piu’ alto, ammaliata dal raggio che lì trova posa.
Ed è la vincente, poichè la Ratio è stranamente confusa.
E sfodera le unghie affilate, bene si destreggia tra maglie infittite da nodi robusti e, col suo diktat superbo, solleva la cresta, prima tenuta nascosta, ed è pronta all’avvinghio.

Ecco…..un carro squassato, manco di bulloni, cadente ai lati, privo di telone, col capo scoperto.
A guidarlo è lei, la gemella, la forza spasmodica.
E sono tante le ancelle, che assumono il posto di guida. Si alternano e mordono il freno.
C’è Superbia, altera nella sua veste sgarlatta, col naso sempre all’insu’. Mai lo sguardo prostrato, suadente. Un filo la lega alla mano che il Cielo protende. Scaccia il qualunque, morbo letale. C’è una donna diafana, qualcuno  la dice Tristezza, ammantata da una stola dal colore della neve lordata dall’aria. Semicurva, guida e non ha esatta coscienza. Sconosce il rossore, che è quando il sangue ribolle. Mai assume il rosato, che è quando il Sole perde vigore.
E Inquietudine, con le mani parate in avanti, corda vibrante al tocco del musico, bene allenato.
E altre, tante altre.

Il Caos. Non il nulla. Anzi il tutto, in una grande mescolanza. La magnifica Confusione.
Distinguere? Scegliere?  Impossibile.
Una forza intensa, l’Unicum, perchè tante e ciascuna di entità possente.

Distesa.

C’è un lui, una lei, un’altra. Comunione di cuori.
Sì, amare è donare. Il non-privato. Uscire dal grembo, tagliare il cordone e scambiarsi con l’altro. Se ciò non è, l’egoico serraglio. Museruola che stordisce ogni senso. Nell’intensità il dono assume particolare importanza.
Amare è vibrare al ritmo dell’altro.
Amare è specchiarsi nel riflesso delle scintille che slittano  dal corpo dell’altro.
Amare è sentire al di là della voglia matta.
E’ il non sapersi contenere, perchè le catene volatizzate e tu, in cima, ad ammirarti, a contemplare l’impossibile tocco, a contenere l’impossibile visione, l’esageratamente vasto, il numinoso.
E tanta paura. La dea infernale abbandona il torpore. Sale dal mondo dell’Ade e ti copre di brividi.
Quel brivido è l’aroma, che crea una raffinata pietanza.
Quel brivido è livido, in un corpo totalmente amputato.

Distesa.

Non completamente libera. Tutta compresa nello sguardo di lui. Magnetico, criptico, ambiguo e decisamente saggio.
La saggezza d’un già consumato, un dolce-amaro vissuto.
Il saggio che edifica, colla ruspa distrugge e ri-edifica con metodo nuovo.
Il saggio che misura dettagli, non detta all’impronta, nè offre precetti.
Sa del lungo viaggio.
Sa dello scavo, alla ricerca dell’ambito tesoro.
Sa che il massimo è in rapporto a ciascuno.
E nel raggiungerlo…..quanta difficoltà!….che fatica!….
E perciò la lotta. E perciò la guerriglia, tra forze che dentro si agitano.
La grande sommossa
E’ in ballo la vita.
La mente scotta ed è la fine.

Distesa.

Le labbra di lui a versare bolle infuocate.
I denti a scontrarsi per aprire una breccia.
La voce, angelica melodia nel “…bellissima…”
E l’anima s’addorme, si acquieta. L’abbandono totale.
A concederlo è solo l’Amore.

Così una volta. Una casa piena di gente. Sorelle, amiche, compagne. Va e vieni. Tanto frastuono.
Poi…..le tenebre bussano.
Il mio foglio a metà. Il mio pensiero sterile.
E’ il momento della tisana, che scioglie le membra e allenta la presa. Vado da lei.  La mia mamma. Corposa e tanto fragile. Adagio il mio viso sulle maestose mammelle e mi appago…ora sono tranquilla, felice, serena, in quella fortezza sicura. Difesa. E sarà così per sempre.
Con lei, con lei che non è più, colloquio e da lei, dalla piccola-grande donna, traggo la grinta e m’involo.

La Pace. Miracolo dell’Amore.

Distesa.

La mano di lui s’insinua sul seno dell’altra. In un campo, ove i belligeranti sanno che la vita è in grave pericolo. La vittoria sta nell’ardore. La forza è tanta quanta la necessità del ritorno. Ritorno tra i cari, soli nell’attesa, soli nella speranza di un vitto anche modesto.
E dentro cento armati. Si moltiplicano. Il numero è incalcolabile. Tanti per prevalere. Ogni guerriero al suo posto, ubbidienti al capo. Ed è vittoria. Quella mano forte e decisa, pesante come tutti gli armati. Quella mano tenta la grande difesa.
Quella mano infierisce contro di me.
Sono io la grande nemica.
Trucidarmi. Annientarmi per evitare il suicidio. La resa totale. Il darsi ad un altro. Perdere la Massa che tanto sostiene e soccombere ai colpi che dal centro rimbombano.
Quella mano….è un gesto….innocuo ma tanto crudele.
Solo allora la Mente torna a girare.

Distesa.

Il mio corpo è andato lontano. Fuori, abbagliato dalla luce nefasta che il cielo sprigiona, intontito dal rumore dell’acqua che piomba sui tondini colorati dalla ruggine.
Lontano da lì.
Corro. Le gambe riacquistano forza.
Corro per creare uno stacco.
Non farmi toccare dal fango. La pioggia s’impolvera. Le gocce perdono la luce di prima. Si seggono su basi di marmo, lerciate dalla gravità di altre sostanze. S’incuneano e piombano agli angoli, dalle feci lordati. Necessità impellente. E l’acqua si merda del tutto. Non c’è pulizia. Non c’è freschezza.

Un tempo. Tempi andati. Al centro di un verde giardino. Coglievo, aprendo le palme, gocce pulite. Facevo roteare e poi versavo sui semi. E ubbidienti tornavano a me. Pulite e pronte a nutrirmi di sostanze benefiche.

Oggi non più. Oggi tornano lorde. Gocce profanate dagli sputi. Sputi di lerci.
Che fatica!….grande fatica!….
E’ volato il tempo, più impetuoso che mai, più tiranno che mai.
Oggi la grande fatica. Pulire le gocce. Darle un lucido, schiarirle col respiro di un grande Pensiero.
Impedire che la Mente tracolli.
Perdonarsi. 

Visitazione

Il non-tempo dell’Immenso. E tu, in attimi di salutare assenza, sbirci segni, tracce, volti che con difficoltà rappresenti e, mentre racconti, tua alleata é la parola poetica…forse…

La osservo attentamente. Stessa grafia, stesso stile, stesso mittente. E’ l’ennesima missiva. Strano…….non la cestino. Oggi mi va di scrutare fra le linee del bianco e lì m’insinuo con velato consenso. Leggo. Non un monito perentorio. Un richiamo, oserei, un piacevole “Vieni….”.

Tentenno. Non so. Oramai la mia maschera è consunta. Vacillo. Pronta a porgere l’orecchio, esausta, ho bisogno di nutrirmi, caricarmi di forza possente e, infine, voltare pagina, perché il mio diario lo esige.
Gioire, vomitare la bile e, in cima alla vetta, colloquiare col sole, offrirmi e inebriarmi del naturale tepore.

E’ ora di andare.
Il cancello è maestoso. Gigli in ferro battuto ostacolano ed invitano ad altro. Sosto. Solo qualche attimo. Mi immergo in un concerto che tocca note dolenti e silenti, ritmi atavici e moderni frastuoni. E’ un coro di baccanti. Si spogliano di retaggi consunti. Quelle, le donne impegnate, inebriate del nuovo, volano in alto, spinte dal ““.
Mi scrollo. Depenno ogni sentire, che ha il sapore del dubbio e cela una forza tirtaica.

Impugno la maniglia. Non resiste. La mia forza pesa quintali. E mi trovo tra il verde d’un magnifico tappeto e il turchino scuro dell’emisfero. Colori azzardati. Mi rimandano a memorie mai spente. Evocano giorni della mia puerizia, mai spensierata, quasi sempre dolente. Il campo, allora, era tutto fiorito, sempre….sempre….eppure soffrivo e mi maceravo per gli altri.

La padrona di casa?
Ho letto il suo nome, inciso su una lastra d’ottone: c’è omonimìa.
E’ là…..in un angolo, fasciata dalla luce lunare. Si mostra a metà. Quella parte è splendente, smeraldo giammai intaccato, serve per adornare una mano che, pertanto, si rivela imponente.
A passi lenti e decisi mi dirigo là, dove lei si dondola e non ha cura di altri. Gli occhi mancanti. Non scorgono l’acqua, non c’è nella vasca. E’ una vasca ampia, gli spigoli smussati, non squadrata, molto profonda. Lei è conclusa nell’immagine che le si para davanti.
Mi invita e solo nei grandi eventi. Mi offre il sapere, mi specchio nella molteplicità dei suoi pezzi. Ne esco più affranta di prima.
Come Prometeo, offre la scintilla che avvampa la mente. E’ il fuoco che arde in eterno e consuma ogni essere.
Ed io solerte al suo richiamo.

Mi seggo al bordo, sul marmo levigato e lucente. Il motore si accende, è già caldo.
Incomincia: Una sera, uguale a tante altre. Monotonìa di gesti, candele consunte. Nervi snervati. Assente la dea bendata. Un libro, sbiadito ma sempre attuale, accomodato sulle ginocchia, aperto a metà. Memorie di uno , uno grande, precetti che non crepano mai.
Un tocco di passi. L’aria si agita. I suoni si fanno stridenti. E’ lui. Sa che lo attendo. Sbuca dal solito viale. Un soffuso vocìo. L’addio ad un’altra……lacrime lacrime, che tardi svaniranno. Al dolore di lei, i rami si drizzano, le foglie s’incurvano. Quando il sole ritorna, quella lei è diversa. Nel bene e nel male.
Lui, impassibile, bussa ed entra deciso.
Ho detto di sì.
Cuori pulsanti, corpi affamati. La voluttà nell’essere Uno. Sì, solo per poco. Al mio dire:”Ancora?” la risposta è sincera:”Forse….non spreco il mio tempo….la meta è ben altra….se i sensi consentono….”.
Abbasso il capo, asino da soma. Ho vissuto l’immenso in un attimo e poi basta. A me sta bene così.

E’ duello. La vorrei graffiare. Impossibile. E’ decisa, non si lascia insozzare dalla mia mente, che gira sempre, testarda, e non consente lascivi abbandoni.
Se lei si scioglie ad uno sguardo, io impietrisco, furente. E la commisero. E spero che possa mutare.

“E la poesia…?, chiedo.
“Non ti spremere troppo – ribatte – La penna disegna sussulti. Io la dirigo, ne sento il bisogno. Le immagini sono nitide, riflettono me. Scene all’impronta, coinvolgono il soffio vitale e la regia ha un tocco esemplare. Sono scene fugaci, frammenti di un vivere, spiragli che non s’aprono mai. Il grande Respiro, quello che abbaglia la grande platea, ancora non si mostra. Forse, se io, più accorta, saprò eliminare ansie e tremori, arrendermi al dolore privato, armonizzarmi con tutto il creato, solo allora tu dipingerai tele soavi, tessute e non da mano normale.”

Non dice più. Gira il pallido volto all’indietro. Non intende, anima leggiadra e ribelle, dare conto alla mente, schiava regale, abbrutita dall’esagerato sapere.

Non saluto. Il corpo fa un giro a metà e sono fuori di quella dimora.
Ritrovo il mio viso, con le mani tocco le gambe. Mi accorgo di essere viva. Il mio modo di sempre. Indago dentro la borsa. Le chiavi che disserrano ogni chiusura, il rossetto che copre il totale biancore.

E torno al “già“, torno con qualcosa di più.
Quella scena, il parlare con l’altra, mi lancia alla vita.

Racconti

Lucia Arsì/Pubblicazioni/RaccontiLucia Arsì/pubblicazioni/racconti Racconti

Sono otto “dis-velazioni” dell’autrice, così titolate: Autentica – Pensiero – Ambivalenza – Incanto – No – Perdonarsi – Ricostruirsi – Fuga
Il testo edito da Gabrieli Editore, International Communications Roma, mar.2003

Meleagro, il phallos e il viagra

E’ primavera e qualcosa o qualcuno fa capolino. L’inizio. Un bimbo……una scoperta…….
Stagione sacra. Coktail di essenze. Ondeggiano nell’aria, impertinenti e intriganti. Stuzzicano.
E i curiosi spalancano le orbite. Palleggiano le pupille, da mano invisibile sospinte.
Torna Adone. Il bel giovane ora è qui. A contemplare lei, la piu’ bella fra le belle. Per un lasso di tempo abbandona Persefone e, carico del nulla che ha colto nel mondo di là, torna e agisce sulle potenti forze generative del grembo.
Il rito….cadenzato e tondeggiante. Plastico. Morte e Resurrezione.
Così la Passione di Gesu’, così lo Spirito Santo, che rende guerrieri i credenti, che invita a donare, mai a pretendere.
Adone è qui. E la Natura, che ha vissuto il dubbio della estinzione, si scadavera. Si attenua il pallore, il caduco s’afforza e un’ energia, robusta e rutilante, scaraventa il putrefatto e fora, crea.
E’ il karteròs dei militanti, dei poeti, dei saggi.
Il sangue affluisce copioso e gonfia ogni vena ed è esplosione.
Nasce qualcosa.

Oggi?… nasce?……
“Viagra: la pillola blu, la seconda rivoluzione sessuale….”, a lettere cubitali.
Non proseguo nella lettura. Immediatamente in testa picchetta un prosieguo di sillabe cadenzate: Meleagro.
Per Meleagro una pillola Viagra.
L’afflitto Meleagro, come i 140 milioni di uomini in tutto il mondo.

E cosa è il Viagra? Una minuscola pillola. Potente nella sua efficacia. Dategli un’ora e prontamente defenestra l’enzima che inibisce l’erezione. Quello ostile all’enzima Gmp ciclico (Guanosinmonofosfato9) che permette alle cellule della muscolatura, che avvolge i corpi cavernosi del pene, di rilassarsi e  al sangue affluire.
Processo chimico che prende avvio solamente se c’è…se c’è…un forte stimolo sessuale. Se c’è… un’ intensa attrazione.

Eh…sì…sempre lei, la protagonista, lei…l’eterna inconsapevole despota…la donna…despota…sì…despota tanto quanto l’uomo. Despota allorchè si atteggia, allorchè assume connotati che rimandano alla dea: la vergine Artemide. Armigera, particolarmente attenta alla sua integrità e fisica e psichica.
E Atteone, cacciatore superbo, osa alzare lo sguardo. Insensato…paga il fio. Divorato dai cani di Lei.
Oltrepassare il limite? Non è concesso ad alcuno.
Quella…femminista e non femminile. Senza il marchio Doc. E il maschio, privo di freno, non piu’ teso allo stupro, si usa e si disfa. Orge orge e tonnellate di catrame e chilometri di ombra. Tiranni che offendono il lui e la lei, fino a quando è necessario….il Viagra.
A meno che…e lancio una sfida…agli irridenti…agli ottusi…ai deboli…

Sai?
Sai che poco sai di lei? Vuoi saperne di piu’?
Tentenni…bbassi la testa…spalanchi le palpebre…miri la terra…premi il tuo piede e… ti senti sorretto.
Ma chi?……
Il tuo metro è consunto. Provvisorio. Non serve per dimensioni irreali. Non è rapportabile, quanto fluisce dentro di lei.
Sai perchè non tenti di sapere?
Paura……..
Così intensa da non poterla contenere…così avvinghiante da  stordirti…così buia da sprofondarti…e sei lì…dove impera Ade…ove le ombre sono sì dense, sì delineate da farti tremare.
Paura…….
e  tanta ansia nel rapporto coll’altro…e nel rapporto le sensazioni più crude, più intense: qualcosa che fugge e vorresti fermare e stringi, ti dibatti e senti e odi un suono lugubre, di qualcuno che va lontano e taglia i ponti con te e taglia a pezzi il tuo cuore e soffoca il respiro e brucia il sangue e sì…sì…non t’accorgi…e non t’avvedi che in mano hai il senso piu’ vero dell’esistere: la vita irripetibile e tanto precaria.
Paura….di lei.
La donna…….crea e distrugge. Dà la vita e all’istante la recide.Talvolta gioca, prende tempo ed  è sempre lei e solo lei a mischiare le carte e trarre quella vincente.
Meleagro sa.
     Con il femminile ha un rapporto ambiguo. Ama ed odia. La sua vita dipende. Non da lui, dipende da un bastone. Scaraventato nel braciere, divenuto tizzone, arde ed è vivo. Si consumerà e per Meleagro sarà la fine.
E l’uomo? Forse che la sua vita non pende e dipende dal calore del suo tizzone? Evento divino la scoperta del mistero del nascosto dentro! E quando balza fuori e quando s’illumina, è forza, coscienza, il sublime e l’uomo valica impervi tragitti e sprofonda in buie caverne e sempre  colla testa in su, colle mani piene del suo tizzone perennemente ardente.
Le altre epifanie: solamente surrogato del phallos.

    E’ il mito a soccorrerci, ancora una volta. Porge la chiave  e poi tu…a spremerti per scoprire il buco e spalancare e vedere la luce.
    Una notte…di plenilunio…l’uomo comune ristora le membra faticate, stoglie la mente, l’allontana dai pressanti intrighi quotidiani e…placida…la luna consente…
    Lui no…il bellicoso Ares furtivo e tempestivo, col consenso non volontario di Oineo, spalanca la porta e s’adagia e si copre con le coltri di lei…..l’altèra Altea.
    Complice l’intrigante Selene.
    Seme divino per eventi che segnano, che dicono di eterni ritorni.
    E vede la luce, l’uomo che ama i campi, Meleagro.
    Così hanno deciso quelli di là. E quelli di là, all’apparire dell’infante, s’avvicinano e sentenziano. Una gli dona i buoni propositi, un’altra gli concede la forza e la terza  Moira, è sempre un femminile a decidere, sentenzia “Vivrà fino a quando quel tizzone -e addita un bastone, messo sul fuoco da chissà chi-  sarà carico di fuoco”.
Altea è lesta. Afferra il tizzone e via per un luogo ai piu’ ignoto. Lo cela, meglio lo conserva in una cassa.
Da quel momento si snoda  il filo. Il processo vitale del bimbo.
Delinearne il confine? Impossibile.
Concesso solamente a lei, la madre delle madri.
Da un corretto rapporto, una crescita corretta.
Meleagro ha visto o non visto? Sicuramente percepito che il futuro è nelle mani di lei, della madre.
    
    Alto, biondo, prestante. Artemide è la sua dea preferita. E’ lei a soccorrerlo nelle gare di caccia. E lui vincente. Meleagro tranquillo.
    Nessun rapporto col padre non naturale, con Oineo, l’uomo del vino.
    Il vino…l’ebbrezza, la dimenticanza, l’estasi. Un fatto di caproni. Uno, un fatidico giorno, un pezzo di sacro che s’insinua nell’umano, folleggia ramingo, inebriato, nei campi di Oineo.
Viene scrutato, seguito ed ecco….appare la vite. E quel tragos, fuori di sè, sazio di vite, segna ad Oineo il cammino a ritroso. Con la mente va a suo nonno: Orestèo, l’uomo dei monti. E’ sua la cerbiatta, che genera un bastone.
    Torna il bastone, un arnese che definisce e non. Schiude e appaiono le ombre. Il luogo oscuro che nasconde. E sono  i tesori più vivi, perchè serrati.
    Fitio, il padre di Oineo, lo sotterra e una gagliarda vite spunta. Oineo gusta il succo divino, grazie a Dioniso, grazie ad Altea, che al dio si concede, grazie al quale genera Deianira.
    La conquista non è mai indolore.

    E la terra si copre di immensi vigneti.
Meleagro non ha cura. Non s’infiamma della scoperta. Trascura la vigna. Non beve mai vino.
   Se l’avesse fatto…se si fosse inebriato…forse…avrebbe colto qualcosa che in superficie non è. Chissà!!!…sarebbe andato alla ricerca del tizzone nascosto…avrebbe scavato tra le cianfrusaglie di sua madre…ma non poteva, lui l’origine, lui il predestinato, lui la fonte a cui tendiamo, impossibile per lui scoprire, sapere e noi, distanti per tempo e per luogo, scaviamo tra imputridite macerie alla ricerca del tizzone. Non troviamo nulla, eppure sentiamo che è lì il nocciolo. Noi ad assaporare gli effetti devastanti e, quando perdiamo il tattile uso del concreto e odoriamo il magnetico ripudio e saltiamo, leggere bolle non sostenute, parvenze che nessuno osa toccare, voluttuose onde che urlano silenzi senza confini, che s’irradiano che devastano che coprono e poi….poi si annullano, sempre noi, eredi, sempre noi, umani con quel divino addosso e felici e fortunati.

     Meleagro  trascura la vite. E di Venere? Non fondamentalmente ammaliato. Un cacciatore. Uno che rischia, si confronta. Deve allenarsi. Levigare la forza. Piu’ forte del trauma subìto.
    Sposa la bella Cleopatra. Nulla di definito. Quei legami che nulla legano. Un legame robusto è ferroso, invisibile, non sancìto da mano sapiente, intrecci che s’insinuano dentro.
    E’ di Atalanta perdutamente fascinato.
L’ordito s’infittisce.I legami s’annodano e rendono solida la rete entro cui cala la vita del bello di allora. Nello scacchiere una pedina sbagliata.
No…non è errore. Manovra per ingannare, depistare, cambiare rotta, trascinare al contrario. E nella terra dei Calidoni, un giorno, appare un cinghiale.
    Maledizione? Benedizione? E’ possibile una risposta decisa?
    E’ l’accidente che muove. La pedina di prima, quella sbagliata. E la pedina è Artemide. Trascurata durante un banchetto -non dimentichiamo un altro banchetto di nozze, quello di Tetide- sprizza veleno e sentenzia percorsi diversi, infausti; traccia trazzere inevitabili e decisive. Invia un cinghiale a devastare il raccolto.
     Che fare? S’intrecciano i fili. Trame latenti. Legami che porteranno ad eventi. E’ sempre così. Noi possiamo conoscere quanto appare, anche se la visione è sbiadita. Mai profanare il velo misterico, custodito nel mondo di là. Tramato da quelli di là.
      Se osassimo, sarebbe sì traumatico da non poterlo ridire.
       E Meleagro consente col padre a correre ai ripari. Lineare la decisione. Giungono i piu’ forti, i piu’ validi guerrieri per un’impresa così ardita. Sconfiggere il male.
    Insensati! Placarlo sì, momentaneamente. Estirparlo mai, radicalmente.
    Nello scacchiere, sposti le pedine, lotti per prevalere, mai le togli di mezzo. Il gioco della vita impone questo. Superato il buio, un attimo, ed è latenza, chiaroscuro, prima che balzi alla luce un altro buio.

    Giunge, nella terra dei Calidoni, anche lei…la cacciatrice…Atalanta. Solamente lei guarda, totalmente a lei si dedica, completamente da lei attratto, l’aitante Meleagro.
Inevitabile!!…Lei gli procura quel tremito, che altri no…non sanno dargli. Il tremito della conquista.
     Lei, nutrita nei boschi, ostile al maschio, di cui ha una pessima opinione, il padre l’ha abbandonata sui monti, del maschio approfitta, lo seduce e lo fa a pezzi. Lei, con il suo meraviglioso corpo che offre da esca, con la sua mira infallibile, con le prove cui sottopone l’uomo, con il suo esserci a patto che. Maliziosa sfida a chi, della forza, ne fa un feticcio.
    Giacciono insieme.
    Meleagro vinto. Assapora il rischio. Assapora, nella proiezione di una divina fanciulla la sua forza. Si vede e si compiace di sè.
    E lei?…Atalanta…bellissima…arciera impegnata a trafiggere il cuore degli uomini. Vorrebbero afferrarla, quegli uomini, solamente per usarla, ma non ne sono capaci e da lei trucidati perchè piu’ veloce, forse piu’ fortunata, non ha il tizzone, da cui pende la vita dell’uomo.
    Forte sì, ma dove la tenerezza, la leggerezza d’un tiepido calore, che permea le membra e porta all’estremo sacrificio le donne?
          Oh sacra sensibilità!     
          Oh femminile!      
          Oh potenza al di sopra di ogni potenza! Sai donarti e sempre con parsimonia, con magnifico coraggio.
          Anche Meleagro cade nella rete. Cade il cinghiale.
          E’ lo zio, è Atalanta, è lui a infiggere il primo colpo? Non è dato sapere. Sappiamo la decisione di lui. La pelle spetta ad Atalanta. Alla sua donna. Ed è la fine per lui. Si ribella la madre Altea. Il figlio trascura gli zii. Oblia il suo sangue. La madre decide: ingoiare chi ha generato. Meleagro soffre. Tra le due donne. Una lo ringalluzzisce. E si sente forte e si sente completo. L’altra,la madre dalle fauci spalancate, è pronta ad evirarlo. E così è. La madre, infuriata, ricaccia il tizzone nel fuoco. E lo lascia bruciare, finire.E Meleagro finisce.

    Osare, spingere, penetrare, indagare, carpire, scavare sono dell’uomo.
    Privo dell’erezione psicologica e fisica, cos’è un uomo? Lì la sua forza, ed è energia divina. Simpatia con gli dei.                                                                                    Meleagro in quel mondo celato ai più va. E acquista saggezza. Nel grande dolore. Triste della sua triste condizione. Lì piena coscienza. Da lì vede e chiaramente.
    Accade  che Eracle si avvicini a lui. Colto da pietà. Tenero delle tenere lacrime di un giovane. Il forte si avvicina e  chiede “Perchè tanta malinconia?”
         Meleagro tace. Piange. Eracle non vede, nè sente i singulti, osserva i tratti che cambiano, che inseguono immagini.   
         E’ un attimo e in quello, che è privo di tempo, si snoda il sentire del giovane. Disilluso e fascinato. Doveva catapultarsi là per illuminarsi del buio. Guardare in faccia la donna, che ha turbato  il tempo reale. La sua lotta è dentro.  
         Quella donna, che invocava tenerezza, ha vinto .Lo ha bruciato per sempre. Nel dolore piu’ acuto, Meleagro è rinsavito. Ad Eracle, con voce sommessa,” Sposa Deianira e amala”.
         Deianira, la figlia di Dioniso. I sensi al femminile. Eracle, il prototipo della forza. Nella coppia Meleagro si è immaginato. E specchiandosi nei due, si scopre completo.
        
         Che sofferenza, la comprensione di sè!

         Mi desto a lettura “Un intenso stimolo…”
         Quasi quasi nutro una gran pena. Quante elucrubazioni, quanti sospiri, ansie, frustrazioni, depressioni!…

         Il grande male: tutto in abbondanza e presto.
         Il consumismo penetrato nel sacro.
        E come potrebbe il phallos ctonio motivarsi, alle prese di un femminile che male si offre? E lo trova a misura di maschio?

        Oggi la grande scoperta. Scoperta che a nulla serve…
        solo se si ama, solo se, in attimi di estrema tenerezza, emerge, apprendendo da lei, il bello che dentro s’annida.
       E quando emerge, questa è la grande scoperta e una grande conquista.

       La gratifica per un phallos solare concediamola ai poveri, ai non guerrieri di spiriti grandi.
       
       I grandi spiriti guerrieri sanno amare…la patria…la donna…l’umanità…forse